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Content-out approach: vantaggi ed effetti collaterali

In un nuovo pro­getto a cui sto lavo­rando sto avendo modo di toc­care con mano i van­taggi dell’approccio content-out, appli­cato anche ad appli­ca­zioni web e com­bi­nato con l’uso dell’html come mezzo di prototipazione.

Il pri­mato del markup

Il mar­kup è più pulito, con meno classi e id inu­tili, la sua strut­tura gene­rale mi sem­bra più logica e chiara. Questo vale anche per l’html che poi verrà gene­rato dal ser­ver, dove mi sono con­cen­trato sulla qua­lità del mar­kup senza pen­sare a come sarebbe stato poi creato.

Oltre l’html

Visti i risul­tati posi­tivi, ho pro­vato a fare lo stesso con java­script e anche qui ho avuto un riscon­tro simile. Il miglio­ra­mento è stato evi­dente soprat­tutto nei punti in cui erano pre­vi­ste inte­ra­zioni ajax. Il non pas­sare subito all’implementazione della rispo­sta del ser­ver, emu­lando il com­por­ta­mento con degli stub, ha iso­lato e quindi reso più evi­denti le inter­facce del sistema, ren­den­dolo più modulare.

Funziona? E perché?

Nel caso del java­script non è che si possa par­lare di un approc­cio content-out vero e pro­prio, se non come ana­lo­gia: da una parte ci si con­cen­tra sul tro­vare il giu­sto mar­kup per l’informazione da met­tere in pagina – pro­se­guendo poi verso la strut­tura più esterna – senza fare affi­da­mento sulla pre­sen­ta­zione per dare un ordine al con­te­nuto; dall’altra si rimane sem­pre in java­script senza cedere alla ten­ta­zione, per così dire, di spo­stare il pro­blema dall’altra parte, sul server.

Mi sem­bra che in que­sto modo si rie­scano a defi­nire molto meglio i con­fini fra i vari layer, uti­liz­zan­doli in modo più appropriato.

Per proseguire

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