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Time Machine: il test definitivo

Ho già can­tato le lodi di Time Machine ma forse avrei dovuto riser­varle per quello che mi è suc­cesso un paio di set­ti­mane fa.

Ho instal­lato un Ubuntu su USB dal mio por­ta­tile. Dato che è una vita che non installo Linux o cose del genere (inciso: anche con Ubuntu non ci siamo ancora; credo che non ci saremo mai a que­sto punto) sono andato in auto­ma­tico: boot da cd, spe­ci­fica il disco di desti­na­zione nell’installer, aspetta che fini­sca e reboot.

Peccato che al riav­vio non sia par­tito pro­prio un bel niente. Credo che l’installazione abbia pastic­ciato con il boot loa­der e quindi mi sono ritro­vato con la mia mac­china inu­ti­liz­za­bile ma con tutti i dati al suo posto (il disco si vedeva rego­lar­mente par­tendo dal DVD Mac OS).

Che fare? Chiamo Time Machine in soc­corso! Una volta par­tito da DVD, ho for­mat­tato il disco e poi ho mon­tato il volume di bac­kup in rete e ho fatto il restore. Ha fun­zio­nato alla perfezione.

Beh, più o meno! Il limite di Time Machine è che lavora sui volumi logici e quindi non poteva ripri­sti­nare la par­ti­zione “rovi­nata” dall’installer di Ubuntu; ecco per­ché ho dovuto rifor­mat­tare il disco. Inoltre il restore in rete è lungo, circa quat­tro ore. Comunque non ci sono state sor­prese, che è la cosa più impor­tante in un restore, se non alcune biz­zar­rie già indi­cate in un post pre­ce­dente.

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