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Il duro lavoro
Ma i valori da cui dipende il nostro successo — lavoro duro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo — tutte queste sono cose vecchie. Sono cose vere. (dal discorso di insediamento di Barack Obama)
È difficile che in un discorso fatto da un americano non ci sia un riferimento al lavorare duro, anzi, “lavora come un pazzo” dice Scott McLoud. Non ricordo un’intervista in cui, alla domanda sul segreto del proprio successo, venga data una risposta che non citi il lavoro intenso e l’impegno costante come uno dei fattori fondamentali.
Credo sia uno dei convincimenti più profondamente americani; ottimista e democratico. Tutti hanno una possibilità se si impegnano al massimo di raggiungere le mete più lontane. È un messaggio profondamente stimolante pensare di poter controllare il proprio futuro grazie alla nostra applicazione.
Naturalmente in tutto questo c’è una verità incontestabile, persino ovvia. La stessa elezione di Obama è una delle testimonianze più eclatanti.
Eppure, a pensarci bene, usata in dosi massicce, questa convinzione prende il sapore di un’ideologia. La brutta notizia è che il lavoro duro non basta, che non tutte le mete sono raggiungibili, che il talento, per non parlare della fortuna hanno un’importanza tremenda (E non si parla solo del talento inteso come capacità spontanea, innata di fare qualcosa, ma anche di quei talenti più nascosti come la capacità di sopportare i carichi di lavoro necessari senza andare in pezzi). Chiedetelo a quelli che hanno corso contro Husain Bolt l’anno scorso a Pechino o pensate alla comparsa sulla scena di un Mozart: non è che venga molta voglia di impegnarsi di più.
In termini più concreti: ogni tanto, cerchiamo di fare un passo indietro e controlliamo che il nostro duro lavoro da workaholic non sia semplicemente cercare di buttar giù un muro a testate.
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