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Facebook e la produttività perduta

È da qual­che tempo che nelle mie rare visite dai clienti notavo con sem­pre mag­giore fre­quenza i bro­w­ser aperti su Facebook e mi ero spinto nella facile pre­vi­sione che pre­sto avreb­bero comin­ciato a bloccarlo.

Questa mat­tina ho sen­tito in tv par­lare di aziende che hanno deciso di bloc­care l’accesso al sito incri­mi­nato (non ho link diretti, scu­sate, ma ritengo comun­que per­ti­nenti le con­si­de­ra­zioni che fac­cio sotto). I motivi si pos­sono facil­mente imma­gi­nare: distra­zione, peg­gio­ra­mento della pro­dut­ti­vità, ecc. ecc.

Capisco l’intenzione — e non ne con­te­sto la legit­ti­mità — ma è un modo rozzo, ana­cro­ni­stico e ini­quo di affron­tare il problema.

È rozzo per­ché cura i sin­tomi e non la malat­tia. Si dovrebbe valu­tare il risul­tato e non la moda­lità. Se una per­sona svolge il suo lavoro in modo (quan­to­meno) ade­guato per­ché devo bloc­care l’accesso a un sito?

È ana­cro­ni­stico per­ché porta avanti un’idea nostal­gi­ca­mente auto­ri­ta­ria del lavoro, dove le masse ven­gono dirette con disci­plina fer­rea verso il sol dell’avvenire. Il motivo è lo stesso di prima: dovreb­bero essere valu­tati i risultati.

L’iniquità è legata al fatto che, al 99%, in quell’azienda ci sarà un gruppo di per­sone che potranno avere accesso libe­ra­mente a Facebook, vuoi per­ché fanno parte del reparto IT, vuoi per­ché troppo impor­tanti per essere “limi­tate”; è una sto­riella che si ripete sempre.

Intendiamoci, non è che il diret­tore gene­rale debba stare nello stesso cubi­colo dell’addetto all’assistenza tele­fo­nica in nome di un astratto ideale egua­li­ta­rio ma certo è dif­fi­cile pen­sare che ciò è dan­noso alla pro­dut­ti­vità per un intero set­tore non lo sia per tutti, allora.

E se non vi fidate di me, fida­tevi almeno di Paul Graham:

Companies spend mil­lions to build office buil­dings for a sin­gle pur­pose: to be a place to work. And yet peo­ple wor­king in their own homes, which aren’t even desi­gned to be wor­k­pla­ces, end up being more productive.

This pro­ves some­thing a lot of us have suspec­ted. The ave­rage office is a mise­ra­ble place to get work done. And a lot of what makes offi­ces bad are the very qua­li­ties we asso­ciate with pro­fes­sio­na­lism. The ste­ri­lity of offi­ces is sup­po­sed to sug­gest effi­ciency. But sug­ge­sting effi­ciency is a dif­fe­rent thing from actually being efficient.

The atmo­sphere of the ave­rage wor­k­place is to pro­duc­ti­vity what fla­mes pain­ted on the side of a car are to speed. And it’s not just the way offi­ces look that’s bleak. The way peo­ple act is just as bad.

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